Cambiare senza rinnegarsi: Brigitta Boccoli e il circo di domani

Avatar Davide Vedovelli

Brigitta Boccoli non nasce nel circo ma ci arriva dopo aver costruito un suo percorso artistico e personale nel mondo dello spettacolo. Proprio per questo ha uno sguardo oggettivo, lucido ed istintivo al tempo stesso che le permette di analizzare alcuni meccanismi che, per chi dentro un mondo c’è nato, per abitudine, affetto o tradizione, sarebbe difficile mettere in discussione. La raggiungiamo per un’intervista in cui ci racconta di lei e di questo mondo. Lo fa senza cercare la risposta più comoda o facili scorciatoie, in maniera onesta e lucida, come da sempre nel suo stile, e ci offre un’analisi attenta ed incontaminata su ciò che è, dovrebbe e potrebbe essere il circo di oggi e di domani. 

D. Sei arrivata nel circo dal mondo della televisione quando il circo tradizionale era ancora molto diverso da quello di oggi. Qual è stato il più grande pregiudizio che avevi sul circo?

B. Il pregiudizio più grande riguardava sicuramente gli animali. Prima di conoscere Stefano non ero mai stata veramente dentro un circo e lo guardavo esattamente come può guardarlo una persona che ne vede soltanto l’esterno. Pensavo che dietro determinati numeri ci fosse soprattutto costrizione. Poi sono entrata in quella realtà e, almeno nella famiglia che ho conosciuto io, ho trovato un rapporto completamente diverso da quello che mi ero immaginata. Ho visto Stefano vivere per i suoi animali, preoccuparsi per loro prima ancora che per sé stesso. Quando Katia, l’ultima elefantessa di Moira, si ammalò, Stefano dormì per una settimana nella scuderia accanto a lei. Quando morì mi disse: «È come se avessi perso di nuovo mia madre». Una cosa del genere non te la raccontano: devi esserci per capirla. Questo non significa che oggi io non comprenda una sensibilità diversa. Anzi. Significa soltanto che entrando nel circo ho imparato una cosa fondamentale: prima di giudicare un mondo bisogna conoscerlo.

D. Sei diventata parte della famiglia Orfei, una delle dinastie più importanti della storia del circo italiano. Quanto è stato difficile smettere di essere solo “Brigitta Boccoli” per diventare anche “una Orfei”? E quanto, invece, hai dovuto lottare per non perdere la tua identità?

B. Io non ho mai smesso di essere Brigitta Boccoli e credo che proprio questo, alla fine, sia stato il mio valore anche dentro la famiglia Orfei. All’inizio Moira mi studiava. L’ho raccontato tante volte: aveva persino paura che potessi portarle via il figlio dal circo. È successo esattamente il contrario: sono stata io a entrare nel circo! E quando ha capito che non volevo cancellare il mondo di Stefano, ma potevo portargli qualcosa del mio, il nostro rapporto è diventato meraviglioso. Venivo dalla televisione, dal cinema, dal teatro, avevo un’altra formazione e un altro modo di concepire lo spettacolo. Non avrebbe avuto senso diventare la copia di qualcuno. Stefano mi ha insegnato il circo e io, ho portato nel circo una sensibilità più teatrale, più narrativa, più vicina al musical e allo show. Infatti, alcuni degli spettacoli che abbiamo costruito insieme hanno cominciato ad avere una vera struttura narrativa. Stefano stesso ha sempre riconosciuto quanto io abbia insistito su questa strada. E Moira, nella sua ultima intervista, parlando di noi disse proprio che avevamo portato una ventata di novità introducendo il musical. Per me questo è il complimento più bello: essere diventata una Orfei senza dover smettere di essere Brigitta.

D. La questione degli animali è probabilmente uno degli argomenti più delicati nel circo classico. Oggi avete scelto di abbandonare gli spettacoli con animali. È stata una convinzione maturata dentro di voi o avete semplicemente preso atto che la società non accetta più quel tipo di circo? E soprattutto: se il pubblico non avesse cambiato idea, voi avreste cambiato comunque?

B. Ti rispondo senza cercare una risposta comoda: sono vere entrambe le cose. È cambiata la società ed è cambiata la sensibilità del pubblico. Sarebbe assurdo negarlo. Ma nel frattempo siamo cambiati anche noi. Quello che pensavo vent’anni fa non è necessariamente quello che penso oggi e trovo bellissimo che sia così. Una persona che a cinquant’anni pensa esattamente tutto quello che pensava a trenta probabilmente qualche domanda dovrebbe farsela. Non rinneghiamo niente. Sarebbe ingiusto soprattutto verso Stefano, che ha dedicato cinquant’anni della propria vita agli animali amandoli profondamente. La nostra storia è quella. Non abbiamo bisogno di cancellarla per costruirne una nuova. Se il pubblico non fosse cambiato, avremmo fatto comunque questa scelta? Oggi ti dico di sì. Magari sarebbe arrivata più lentamente, magari attraverso un percorso diverso, ma credo che prima o poi ci saremmo arrivati. Perché a un certo punto abbiamo cominciato a domandarci non soltanto che cosa il circo fosse stato, ma soprattutto che cosa potesse diventare.

D. Nel circo italiano c’è ancora una certa distanza tra il circo tradizionale e il cosiddetto “nuovo circo”. Da una parte chi difende la tradizione, dall’altra chi guarda al contemporaneo come unica possibilità di futuro. Secondo te si stanno combattendo due mondi che dovrebbero invece parlarsi?

B. Assolutamente sì. E secondo me questa contrapposizione è persino un po’ sterile. Il nuovo circo senza la tradizione rischia qualche volta di dimenticare da dove arrivano certe discipline, certa tecnica, quella disciplina quasi feroce che significa provare un numero migliaia di volte prima di presentarlo al pubblico. Il circo tradizionale, però, se considera qualsiasi innovazione un tradimento, rischia di trasformarsi in un museo. Io vengo da fuori e forse proprio per questo ho sempre visto le due cose come complementari. Vorrei conservare del circo antico la bravura degli artisti, il rapporto fisico con il pubblico, il rischio, la meraviglia, il tendone, quella sensazione irripetibile che hai quando si spengono le luci. Ma tutto questo può essere raccontato attraverso una drammaturgia contemporanea, la musica, la danza, la tecnologia, una regia diversa. La tradizione non è conservare le ceneri. È riuscire a tenere acceso il fuoco.

D. Molte volte, parlando con circensi sia classici che contemporanei, quando affronto l’argomento Cirque du Soleil la discussione si anima parecchio. Per i circensi classici non è vero circo, per i contemporanei è troppo improntato e direzionato verso uno stile da show hollywoodiano. Io credo invece sia un esempio eccellente ed ineccepibile di come il circo possa essere uno spettacolo anche per un pubblico adulto, possa avere prezzi importanti e riempire gli chapiteaux e di come un lavoro di marketing e comunicazione ben fatto sia fondamentale. Tu cosa ne pensi?

Capisco perfettamente perché un circense tradizionale possa dire: «Questo non è il mio circo». È una reazione che appartiene anche alla storia della mia famiglia: Moira e Walter difendevano fortemente la loro idea di circo. Ma una cosa è dire «non è il circo che conosco io», un’altra è non riconoscere ciò che il Cirque du Soleil ha rappresentato per lo spettacolo mondiale. Sarebbe folle non studiarlo. Ha dimostrato che le arti circensi possono dialogare con la regia, la musica, la scenografia, la moda, la tecnologia e il marketing; che uno spettacolo basato sulle discipline circensi può diventare un prodotto internazionale di altissimo livello e rivolgersi anche a un pubblico adulto disposto a riconoscergli un valore economico importante. Questo per me è il punto. Non penso che il circo italiano debba diventare una brutta copia del Cirque du Soleil. Sarebbe il modo migliore per perdere. Deve trovare la propria modernità. E aggiungo una cosa che forse nel nostro ambiente non piace sentirsi dire: non basta fare un grande spettacolo. Bisogna anche saperlo vendere. La comunicazione non è qualcosa di volgare che arriva dopo l’arte. Se nessuno sa che esisti, quell’arte rimane sotto un tendone vuoto.

D. Sei stata famosa prima ancora di diventare circense. Oggi il circo spesso fatica a conquistare spazio sui media generalisti e io credo che la tua figura sia il punto di congiunzione ideale tra questi due mondi. Secondo te il problema è che il circo non sa raccontarsi oppure sono i media che hanno smesso di interessarsi?

B. Anche qui direi cinquanta e cinquanta, ma forse darei qualche responsabilità in più a noi. I media sono cambiati, naturalmente. La televisione generalista non è più quella nella quale sono cresciuta io e oggi esistono centinaia di linguaggi e piattaforme differenti. Ma il circo molte volte continua a comunicare come comunicava trent’anni fa. E questa è una responsabilità nostra. Se l’unico racconto che riusciamo a proporre è «venite a vedere il circo», non possiamo poi lamentarci se un giornalista non trova una storia da raccontare. Dentro un circo ci sono famiglie che viaggiano da generazioni, bambini che studiano mentre cambiano città, artisti che rischiano realmente il proprio corpo, amori, rivalità, sacrifici, persone provenienti da dieci nazioni differenti che devono costruire uno spettacolo insieme. Ci sono storie incredibili. Il circo possiede una quantità enorme di racconto e spesso non sa di possederla. Poi certamente anche i media dovrebbero tornare a guardarlo evitando due scorciatoie: la nostalgia di Moira da una parte e la polemica sugli animali dall’altra. Il circo è molto più grande di entrambe le cose.

D. Se tuo figlio domani ti dicesse: “Mamma, voglio fare il circense”, saresti orgogliosa o avresti paura? E se invece ti dicesse: “Non voglio avere nulla a che fare con il circo”, riusciresti ad accettarlo senza sentirti di aver fallito nel trasmettergli un’eredità?

B. Sarei orgogliosa in entrambi i casi, purché fosse una scelta sua. Essere figlio di Stefano Orfei non può trasformarsi in una condanna a diventare circense. L’eredità non funziona così. Io posso trasmettere ai miei figli quello che questo mondo mi ha insegnato: la disciplina, il rispetto per il lavoro, il fatto che quando hai uno spettacolo alle nove alle nove devi esserci anche se hai dormito male, sei stanco o hai litigato cinque minuti prima. Poi possono farne quello che vogliono.

Se uno dei miei figli decidesse di fare il circo sarei felice e probabilmente anche molto preoccupata, perché conosco bene i sacrifici che comporta. Se mi dicesse: «Mamma, io questo mondo non lo voglio», lo abbraccerei esattamente nello stesso modo. Avrei fallito soltanto se pensasse di dover vivere la vita che abbiamo scelto noi per non deluderci. Anche Stefano, del resto, porta con sé una promessa fatta a suo padre dopo il grave incidente con una tigre: i suoi figli non avrebbero dovuto diventare domatori.

D. Se potessi prendere il circo italiano di oggi e farlo sparire per una notte, per poi ricostruirlo da zero la mattina dopo, cosa terresti e cosa butteresti via senza pensarci due volte?

B. Terrei gli artisti. Terrei il tendone. Terrei l’odore della pista, l’orchestra quando c’è, il pubblico vicinissimo, il rischio, la disciplina, le famiglie, la capacità quasi artigianale di costruire e smontare una città in pochissimo tempo. Terrei soprattutto la meraviglia. Perché quella non è invecchiata. Butterei via invece l’approssimazione. Il provincialismo. L’idea che basti avere un cognome importante scritto molto grande sopra un manifesto per avere automaticamente uno spettacolo importante. Butterei via una certa diffidenza nei confronti dei professionisti esterni, della regia, degli autori, della comunicazione, del marketing. E butterei definitivamente la frase: «Abbiamo sempre fatto così». Perché probabilmente è la frase più pericolosa che possa pronunciare chiunque faccia spettacolo.

D. Oggi diciamo tutti che il circo deve cambiare. Ma c’è una domanda che forse nessuno ha il coraggio di fare: quanto di questo cambiamento nasce da una reale evoluzione artistica e culturale e quanto, invece, dalla necessità di sopravvivere a un pubblico che non accetta più certe cose?

B. Una parte nasce certamente dalla necessità di sopravvivere. E non trovo niente di disonorevole nell’ammetterlo. Ogni forma di spettacolo sopravvive perché incontra un pubblico. Il teatro, il cinema, la televisione, la musica: tutto cambia quando cambia chi guarda. Il problema è cosa fai dopo avere preso atto del cambiamento. Per esempio: togliere gli animali da uno spettacolo non significa automaticamente avere inventato il circo del futuro. Hai semplicemente tolto gli animali. Adesso devi avere un’idea. È lì che comincia la parte artistica. Se il cambiamento nasce soltanto dalla paura di perdere pubblico sarà probabilmente un cambiamento cosmetico. Se invece quella necessità ti costringe a domandarti quale nuovo linguaggio puoi inventare, allora una crisi può diventare una straordinaria occasione. Io credo che oggi siamo esattamente in quel momento.

D. Negli ultimi anni il nome Orfei è comparso su moltissime insegne e in moltissime realtà circensi, al punto che per il pubblico è diventato quasi impossibile capire chi appartenga davvero alla tradizione della famiglia Orfei e chi ne utilizzi semplicemente il nome. Non pensi che la proliferazione di “Orfei”, “Orfeini” e circhi che richiamano quel marchio abbia finito per svalutare proprio quell’eredità che Moira aveva costruito con tanta fatica? E, soprattutto, quanto c’è oggi di vera continuità artistica e quanto invece di semplice operazione commerciale attorno a un cognome che ha ancora un enorme potere evocativo?

B. È una domanda delicata, ma non voglio evitarla. Il nome Orfei appartiene a una grande storia circense e naturalmente esistono diversi rami familiari, ciascuno con la propria storia. Non sta a me distribuire patenti di legittimità. Però esiste anche un problema evidente di riconoscibilità per il pubblico. Quando un nome compare ovunque, in forme differenti e associato a realtà molto diverse tra loro, inevitabilmente rischia di perdere quella funzione che un grande nome dovrebbe avere: rappresentare immediatamente un’identità e uno standard. Moira non era grande perché sul tendone c’era scritto Orfei. Era il contrario: quel nome era diventato enorme perché dentro quel tendone c’era Moira. Questa differenza per me è fondamentale. Un’eredità artistica non si dimostra con un’insegna. Si dimostra con quello che metti in pista, con gli artisti che scegli, con i soldi che investi nello spettacolo, con la qualità che offri al pubblico e con la capacità di rischiare qualcosa di nuovo. Quindi sì, credo che un’eccessiva proliferazione possa generare confusione e persino indebolire un nome. Ma la risposta non può essere mettersi a litigare sulle insegne. La risposta migliore è costruire uno spettacolo talmente riconoscibile che quando il pubblico esce dica: «Ecco perché questo è Orfei».

D. Moira Orfei è stata un’icona gigantesca ed è proprio la stessa Moira che ha visto in te e Stefano gli eredi per portare avanti la tradizione ma con uno sguardo rivolto al futuro. Hai recentemente annunciato che a breve riaprirai il vero Circo Orfei. Ci racconti come sarà?

B. La prima cosa che voglio dire è che non voglio riaprire un museo di Moira. Moira odierebbe un circo che vive soltanto guardando una fotografia di sé stesso. Lei guardava avanti. E nell’ultima intervista che diede, parlando proprio di me e Stefano, disse che avevamo portato una ventata di novità al circo attraverso il musical. Quella frase per me è quasi un mandato. Stiamo lavorando perché il Circo possa tornare, ma preferisco non promettere date finché una macchina così complessa non sarà realmente pronta. Stefano lo dice sempre: per riaprire un grande circo servono investimenti, artisti e soprattutto qualità. Nel frattempo, stiamo portando avanti anche il progetto dell’Accademia Internazionale del Circo di Moira Orfei, perché il futuro passa necessariamente dalla formazione di nuovi artisti. Quello che posso dire è come lo immagino. Senza animali e con grandissimi artisti internazionali, acrobati, clown, illusionisti, trapezisti, danzatori e discipline che restituiscano allo spettatore quella sensazione per cui al circo devi poter dire: «Ma come è possibile che un essere umano riesca a fare questo?». Vorrei però che tutto fosse dentro un vero spettacolo: una regia, un racconto, una grande musica, una concezione visiva contemporanea. La tecnologia ci sarà se servirà a creare emozione, non per coprire la mancanza di talento. E naturalmente ci sarà Moira. Ma non voglio una sosia di Moira che entri in pista. Quella sarebbe nostalgia.

Voglio che Moira sia presente nell’ambizione dello spettacolo, nell’eleganza, nell’eccesso, nel coraggio, nel colore, nella capacità di non passare inosservati. Perché la cosa che ho imparato da lei è che puoi anche essere criticato, discusso, amato o detestato. Ma quando fai spettacolo non puoi permetterti di essere dimenticabile.

D. Come tradizione l’ultima domanda puoi farla tu a me.

B. Allora ne approfitto e te ne faccio una che mi interessa davvero. Davide, tu osservi questo mondo da tanti anni e attraverso CIRCUSNEWS ne racconti sia i pregi sia le contraddizioni. Qual è, secondo te, la più grande bugia che il circo italiano continua a raccontare a sé stesso? Perché forse, prima ancora di capire quale circo dobbiamo costruire domani, sarebbe interessante avere il coraggio di capire quale idea del circo di ieri non è più vera.

D. Ti ringrazio per questa domanda, che mi porta ad alcune riflessioni.

Per chi non è un “dritto”, fare, raccontare o anche solo parlare di circo non è un’impresa semplice. Vieni visto come un corpo estraneo che potrebbe intaccare o indebolire questo mondo chiuso “dentro i cancelli”.

Se per la gente comune questo universo viaggiante che è il circo evoca una sensazione di poesia quasi novecentesca, di comunità unita e coesa che preserva le proprie tradizioni viaggiando per il mondo, purtroppo, da dentro, sappiamo che le cose non sono sempre così.

Troppe volte troviamo situazioni limite o addirittura di chiara illegalità: operai irregolari, mezzi non assicurati, disposizioni di sicurezza non rispettate, pubblicità ingannevole e, a volte, vero e proprio furto di proprietà intellettuale. Penso, per esempio, a chi utilizza mascotte o immaginari presi dalla Disney.

Non sono, per fortuna, tutti così, ma non possiamo fare finta che queste cose non esistano.

Il circo, però, si chiude a riccio in un giustificazionismo ad oltranza che lo porta a dire che “è sempre stato così”, che “non hanno bisogno di altro”. Credo sia questa la bugia che ci si racconta da sempre: che non serva aprirsi al mondo esterno, cambiare approccio, cambiare storytelling, puntare sui giovani, sull’istruzione, sulla formazione di artisti che davvero possano calcare le piste dei più importanti circhi del mondo.

Mi spaventa molto l’ignoranza, ma non la sana ignoranza unita alla saggezza che caratterizzava alcuni grandi personaggi del circo del passato. Mi spaventa l’ignoranza unita all’arroganza, quella che porta a dire che questo è l’unico modo di fare circo e che va bene così: se non sei d’accordo, non c’è posto per te.

Se crediamo davvero — e io lo credo fortemente — che il circo non sia solo intrattenimento, ma sia arte, sia parte della nostra storia e sia un patrimonio importante da tutelare, allora dobbiamo anche pretendere che i circensi siano all’altezza. Devono formarsi, oppure affidarsi a figure professionali, per poter far evolvere e crescere questo meraviglioso sogno che, da migliaia di anni, ci lascia incantati davanti alla meraviglia di un uomo che vola.