Ente Nazionale Circhi: quale futuro?

Avatar Davide Vedovelli

Il circo italiano e lo stato dell’arte. Lettera aperta all’Ente Nazionale Circhi

C’è una domanda che, da qualche tempo, continuo a ripetermi e oggi vorrei rivolgere a chi, in Italia, rappresenta questo settore: l’Ente Nazionale Circhi.

È semplicemente una domanda che, dopo oltre vent’anni passati a frequentare festival, scuole, compagnie, spettacoli e artisti in giro per l’Europa, continua a tornare: ma in Italia il circo interessa ancora a qualcuno o solo agli addetti ai lavori?

Non parlo del circo come fotografia d’epoca, né come interminabile discussione su tigri, elefanti, leoni e compagnia cantante, e nemmeno come problema da affrontare ogni volta che arriva un nuovo provvedimento legislativo.

Parlo del circo come arte, come spettacolo dal vivo, come linguaggio contemporaneo, come professione, come settore culturale. Perché, guardando quello che succede in Italia, tranne pochissimi festival illuminati, qualche dubbio viene. E viene soprattutto quando si guarda oltre confine.

In gran parte dell’Europa il circo contemporaneo è ormai una realtà culturale riconosciuta. Esistono scuole, centri di produzione, residenze, festival, circuiti teatrali, compagnie sostenute dalle istituzioni, artisti che possono costruirsi una carriera e produzioni che viaggiano da un Paese all’altro. Il circo dialoga con il teatro, con la danza, con la musica, con le arti visive. Viene programmato nei festival multidisciplinari e nei teatri. Viene studiato, finanziato, prodotto.

Non significa che all’estero sia tutto perfetto. Non significa che abbiano trovato la formula magica. Significa semplicemente che, in molti Paesi, qualcuno ha deciso una cosa piuttosto elementare: se non investi oggi negli artisti, domani non avrai niente da programmare.

In Italia, invece, sembra di assistere a un magnifico esercizio di immobilismo.

E qui arriviamo al primo grande interrogativo che vorrei rivolgere all’Ente Nazionale Circhi: qual è, oggi, la vostra idea di circo?

Perché ogni volta che si parla pubblicamente di circo, prima o poi arrivano loro: le tigri, gli elefanti, i leoni. Gli animali. È evidente che si tratta di un tema importante, che va affrontato e sul quale esistono posizioni differenti e legittime. Ma davvero vogliamo sostenere che il problema principale del circo italiano, nel 2026, sia ancora questo?

Davvero la grande questione strategica per il futuro del settore è stabilire per l’ennesima volta se il circo debba avere o non avere animali?

Nel frattempo, un giovane italiano che vuole studiare acrobatica, giocoleria, discipline aeree o nuove forme di performance può contare anche in Italia su esperienze formative importanti, ma spesso deve guardare all’estero per trovare percorsi più strutturati, continuativi e inseriti in un sistema culturale riconosciuto. Una compagnia deve inventarsi ogni anno come sopravvivere. Un festival deve fare i salti mortali per costruire un programma. Un direttore artistico deve cercare artisti in tutta Europa, trattare cachet, organizzare trasporti, trovare alloggi, cercare contributi e sponsor e, possibilmente, convincere qualcuno che investire nel circo non significa finanziare una curiosa attività ricreativa.

E qualcuno continua a chiedersi: “Sì, ma le tigri?”.

Il problema è che, mentre noi continuiamo a discutere del circo che conoscevamo, il circo è cambiato. E forse sarebbe il caso di accorgersene.

Il circo contemporaneo non è una moda passeggera. Non è “quello che fanno quei ragazzi senza animali”. È circo. Lo è quando un artista utilizza una bascula e costruisce una drammaturgia. Lo è quando tre palline diventano uno strumento narrativo. Lo è quando un trapezio smette di essere semplicemente un attrezzo e diventa parte di un linguaggio teatrale. Lo è quando l’acrobatica diventa racconto, quando il corpo diventa linguaggio, quando la giocoleria dialoga con la musica, quando il clown diventa teatro, quando tecnologia, scenografia e movimento costruiscono insieme una performance.

E non serve un elefante perché tutto questo sia “circo”!

Questa è la domanda che mi interessa davvero.

Perché continuiamo ad avere difficoltà a costruire una politica culturale nazionale capace di riconoscere il circo nella sua complessità? Perché il contemporaneo viene ancora percepito, in alcuni ambienti, come qualcosa di marginale, quasi fosse un ospite arrivato alla festa senza essere stato realmente invitato?

Guardiamo, per esempio, a ciò che sta accadendo nel mondo dei festival. Negli ultimi anni sono nate e cresciute esperienze dedicate al circo contemporaneo, alcune piccole, altre più strutturate. Ci sono direttori artistici che fanno scouting internazionale, organizzatori che costruiscono reti, Comuni che mettono a disposizione piazze, pubblico che arriva, artisti che vengono dall’estero e giovani compagnie italiane che cercano faticosamente uno spazio.

Dov’è una strategia che dica chiaramente: questi artisti sono importanti, queste compagnie sono importanti, questi festival sono importanti, questa formazione è importante e su tutto questo vale la pena investire?

Perché non può essere sufficiente lasciare che qualche amministratore illuminato, qualche associazione, qualche direttore artistico particolarmente ostinato o qualche organizzatore innamorato del proprio lavoro faccia miracoli ogni anno.

Anche perché, prima o poi, finiscono pure i soldi.

In Francia, in Belgio, in Svizzera e in altri Paesi europei il circo contemporaneo è entrato stabilmente nelle politiche culturali. Ci sono strutture, percorsi, festival, scuole, finanziamenti e reti. Non tutto funziona sempre bene, naturalmente. Ma almeno esiste una consapevolezza: il circo è cultura e, come tale, va sostenuto nella sua evoluzione.

In Italia, invece, sembra ancora necessario dimostrare che il circo contemporaneo sia veramente circo. È un po’ come se nel 2026 il cinema italiano dovesse ancora spiegare perché esistono i film a colori.

Ed è qui che vorrei tornare all’Ente Nazionale Circhi.

Qual è il vostro ruolo oggi?

Qual è la vostra visione del futuro?

Quali sono le vostre battaglie?

Quale circo volete consegnare alle prossime generazioni?

Perché difendere un settore non può significare soltanto difendere ciò che già esiste. Difendere un settore significa anche avere il coraggio di cambiarlo, accompagnarlo, immaginare ciò che ancora non c’è. Altrimenti non si difende. Si conserva.

Vorrei quindi sapere quanti incontri, negli ultimi anni, l’Ente Nazionale Circhi ha avuto con le scuole di circo, con le compagnie contemporanee, con i festival, con i direttori artistici, con i programmatori teatrali, con gli artisti che lavorano all’estero. Vorrei sapere quali proposte siano state avanzate alle istituzioni, quali risultati siano stati ottenuti, quali risorse siano state richieste e per quali progetti.

Il futuro del circo italiano probabilmente esiste già; il problema è che rischia di crescere senza il sistema che dovrebbe accompagnarlo. E forse questa è la vera emergenza di cui dovremmo parlare.

Non è una guerra tra circo tradizionale e circo contemporaneo. Nessuno sta chiedendo di cancellare il circo tradizionale, gli chapiteau, le famiglie, la storia e la tradizione. Al contrario: tutto questo è patrimonio e merita di essere tutelato.

Ma una tradizione viva non è una tradizione che pretende di essere l’unica possibile.

Il patrimonio non può diventare un alibi per non costruire il futuro.

Possiamo continuare a parlare di tigri, elefanti e leoni. Possiamo continuare a dividerci tra tradizionalisti e contemporanei. Possiamo continuare a organizzare convegni, scrivere comunicati e ripetere che “il circo è cultura”. Ma prima o poi qualcuno dovrà avere il coraggio di fare una cosa terribilmente rivoluzionaria: investire nella cultura circense, e non soltanto in quella che è stata, ma anche in quella che sarà.

Mentre noi siamo impegnati a discutere di tigri ed elefanti, una generazione di artisti sta crescendo. Solo che rischia di crescere altrove.

Allora vi chiedo: che circo volete che esista in Italia tra dieci anni? Perché da quella risposta capiremo finalmente se esiste una visione e, soprattutto, se abbiamo intenzione di seguirla.

Non mi interessa sapere che “il settore è complesso”: lo so già. Non mi interessa sapere che “ci sono molte problematiche”: le conosciamo già. Non mi interessa nemmeno sentire che “si sta lavorando”.

Vorrei una discussione pubblica, aperta, anche aspra se necessario. Vorrei che l’Ente Nazionale Circhi spiegasse agli operatori, agli artisti, ai festival e al pubblico quale sia la propria idea di futuro.

CircusNews è disponibile a pubblicare la risposta.

Il circo italiano non ha bisogno di altre pacche sulle spalle, ma ha bisogno di una visione, di investimenti e di coraggio.

A voi la risposta.

Noi, su CircusNews, siamo pronti a pubblicarla anche se non sarà quella che ci aspettiamo e anche se non ci piacerà.