Riportiamo da Ilgiorno.it a firma di Andrea Spinelli
Benvenuti nella giungla. Anzi, nella foresta di bambù sulle pendici del vulcano dove prendono vita e si aggrovigliano le storie di “Varekai”, lo spettacolo con cui il Cirque du Soleil torna tra le gradinate dei palasport italiani nell’attesa di sbarcare in maggio a Roma,sotto il tendone di un altro pezzo da novanta del fantastico mondo vagheggiato dall’ensemble canadese quale “Amaluna”. In replica da domani a domenica tra le gradinate del Forum di Assago, “Varekai” riporta il Cirque a Milano per otto show (tre nella sola giornata di sabato) che aprono una finestra su alcuni tra i migliori panorami della sua produzione. Nel 2002 fu proprio il rigurgito di fantasia imperniato sul mito di Icaro di “Varekai”, infatti, a rimettere sulla strada gli incantatori di Montreal dopo l’addio al loro regista-principe Franco Dragone e dopo la mezza sbandata di una produzione ambiziosa, ma non troppo empatica, quale “Dralion”.

 

Nella visione del suo creatore Dominic Champagne, “Varekai” – che nell’idioma dei gitani significa “in ogni luogo” – intende essere, infatti, unomaggio allo spirito senza fissa dimora del mondo rom e quindi alla stessa anima nomade del circo: ironico, grottesco, incantato, popolato di figurine buffe, minute e dispettose, volte a spingere ogni sera un po’ più in là i limiti del possibile camminando in equilibrio sul filo che lega l’assurdo allo straordinario, con la complicità delle musiche d’ispirazione etnica firmate da Violaine Corradi.

In scena cinquanta performer di diciannove nazionalità diverse imprigionati nelle forme viscide e sfuggenti di creature ammantate di mistero grazie alle smaglianti tutine di lycra ideate dalla stilista giapponese Eiko Ishioka, già premio Oscar per i costumi del “Dracula” di Francis Ford Coppola. In tutto 130 capi e circa 600 accessori che per essere mantenuti in efficienza richiedono alla sartoria qualcosa come 250 ore di lavoro settimanali.

«Credo che il segreto di questo show stia nell’offrire al pubblico un’affascinante storia con cui emozionarsi» spiega il clown australiano Steven Bishop, responsabile con la collega Emily Carragher degli inserti comici. «Di solito negli spettacoli circensi la gente rimane affascinata dai personaggi o dalla qualità della performance, mentre in ‘Varekai’ sono i sentimenti a rappresentare il gancio con cui afferrare anche l’ultimo spettatore». Un anno dopo la produzione per Expo di “Alla vita!”, il Cirque du Soleil riporta a Milano il suo marchio di fabbrica giocando con la forza d’immaginazione e la potenza fisica d’intrepidi acrobati lanciati nel vuoto dalle altalene russe, di contorsionisti che sfidano i limiti della fisica, ditrapezisti alla ricerca di nuovi voli e di altre altezze nella loro perenne lotta con la forza di gravità. Un mondo alla fine del mondo in cui la comicità di personaggi come lo svagato Skywatcher o La Guida, con la sua lampada in testa, si contrappone a quella fuori dagli schemi di Bishop e della partner.«I clowns rappresentano uno spettacolo nello spettacolo, perché le loro gag non hanno nulla a che vedere con la storia raccontata da ‘Varekai’, ma servono ad allungare un ponte tra lo show e lo spettatore, creando le condizioni necessarie per coinvolgerlo nella storia» ammette Bishop. «La tecnologia ci mette a disposizione mezzi formidabili per afferrare l’attenzione della gente, ma l’apporto umano rimane comunque decisivo perché prima il pubblico entra in sintonia con me e con Emily e poi inizia il suo viaggio nell’‘ovunque’ di questo kolossal nato nel 2002 per il tendone e adeguato solo tre anni fa alle esigenze delle grandi arene».